Perdersi, integrarsi, capirsi

Viaggiare…. per alcuni un lavoro, una professione, dove lo scopo principale è quello di stringere più mani possibili e cercare, con una stretta di mano, di capire l’animo della persona che hai di fronte, contatti fatti da sguardi corrisposti regolati da leggi politiche economiche, e mille ipotesi dei possibili successi che ne verranno, e ancora mani, mani americane mani orientali mani arabe, mani di ogni parte ci sia un interesse, tutte ben curate e vestite da polsini candidi e inamidati.

Per altri, una semplice distrazione, una parentesi di una vita monotona, tanto da aver logorato tutte le pareti emotive che la vita ti offre, e allora si compone tutta la vacanza sulle stesse basi che vuoi dimenticare che sono anche la causa della tua partenza, ma tutto in un altro contesto, magari a 10 ore di volo dall’ufficio, e, il solo vederti ballare di notte in mezzo agli agi che non hai mai abbandonato e il più delle volte al tuo stesso idioma che volutamente hai cercato di trovare sul posto perché le certezze da te costruite non si possano scalfire, ti basta per farti sentire rigenerato, ma che autonomia avrà questa volta il generatore?

E poi ci sono quelli che si vogliono perdere, integrare, capire, dividere, conoscere, che non ci stanno ai sedativi, prendono un volo solo perché a piedi non ci si può arrivare, si arricchiscono nelle miserie a volte anche drammatiche, in mezzo alle capanne su un oceano, dietro il sorriso di un uomo buono che porta il suo enorme cuore sulle labbra, tra le gesta umili di una donna dall’età indefinibile o dentro gli occhi profondi di un bambino, che la tua stramaledetta cultura ti ha insegnato a leggere, e tutto quello che puoi fare è portare tutto con te, per sempre, gli abbracci i nomi i racconti, e trovare all’interno un’altra persona, pronta a tirare fuori tutto nel momento in cui perdi la fiducia negli uomini.

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