Favole dal mondo

Favole dal mondo

 

GALLO E CANE                GALLO E CANE

C’erano una volta un cane e un gallo. Fecero amicizia e un giorno andarono a passeggiare insieme. Girarono per tutto il giorno e alla fine si stancarono moltissimo. Stava facendosi buio quando arrivarono a un grande albero che aveva una grossa cavità. Il gallo salì su un ramo e il cane si mise all’interno dell’albero. Così passarono la notte. Al mattino presto il gallo cominciò a fare “chicchirichì! chicchirichì!”
Fu allora che una volpe molto affamata, che andava in giro cercando da mangiare, sentì il canto del gallo e corse verso di lui.
Quando lo vide, affamata com’era, le venne l’acquolina in bocca. Così si avvicinò all’albero e incominciò a far grandi lodi di quel gallo:”O gallo dei galli! Non ho mai visto in tutta la mia vita un uccello così bello: le tue penne sono splendide, la tua cresta è coloratissima e brilla come l’oro zecchino, la tua voce è melodiosa. Come sarebbe bello se volassi da me!”
E il gallo:”Perchè mai dovrei venire da te?”
“Andremo a casa mia, mi sono appena trasferita in una nuova dimora, ho un bel pò di grano. Potresti beccarlo con gran gusto.” Rispose la volpe.
D’accordo fece il gallo. “Però non posso venire da solo; Ho con me un mio caro amico.”
La volpe si rallegrò ancor di più pensando:”Forse ho avuto due galli invece di uno.”E poi, ad alta voce:”Dov’è il tuo amico? Venite tutti e due, ci mancherebbe altro!”
“E’ lì dentro all’albero che sta dormendo.” Indicò il gallo.
Non appena la volpe mise il muso dentro, il cane l’afferrò e la fece a pezzi.
Turkmenistan

IL SERPENTE DALLE QUARANTA TESTE

Una volta in un bosco c’erano due serpenti, uno dei quali aveva quaranta teste e una coda, mentre l’altro aveva una testa e quaranta code. Un giorno quel bosco cominciò a bruciare e il serpente con una testa e quaranta code cominciò a scappare via per mettersi in salvo. Per la strada incontrò l’altro serpente, quello con quaranta teste.
Il primo disse:”Amico, perchè te ne stai lì fermo come se fossi caduto dal cielo? Su, scappiamo, salviamoci la vita, altrimenti finiremo bruciati.”
Il serpente con quaranta teste cominciò a lamentarsi dicendo:”Se fosse per me, sarei già scappato: sono le mie teste che non si mettono d’accordo. Alcune di loro vogliono andare verso occidente, altre verso oriente, alcune a sud, altre ancora a nord, ognuna tira dalla sua parte. “Brucia qua, brucia là” dicono “ma alla fine si spegnerà.”
A queste parole l’altro serpente disse:”Se è così, io almeno me ne vado.” E in questo modo si salvò la vita.
Il serpente con quaranta teste e una coda, invece, non potendo arrivare a una decisione unanime, finì bruciato.
Dalla morte di questo serpente è rimasto il detto popolare che dice:”Un gregge con tanti padroni va a finire male!”
Turkmenistan

LA MOGLIE DEL GIURISTA

C’era una volta un giurista di vaglia che aveva una moglie molto intelligente. Un giorno la vide che stava salendo lungo una scala sul tetto della casa: quando la donna fu giunta a metà percorso il marito giurista le disse:”A questo punto non puoi nè salire più in alto nè scendere nè restare dove sei, altrimenti divorzio da te immediatamente.”
La donna, senza pensarci su molto, spiccò un salto e scese a terra.
Il giurista si complimentò molto con lei per il suo acume e poi disse:”Quando io non sarò più, tu potresti benissimo risolvere delle cause di diritto al posto mio.”
Tagikistan

I FIGLI SON FIGLI

Una volta tre donne andarono ad attingere acqua a un pozzo, vicino al quale era seduto un vecchio.Le donne tiravano su l’acqua e intanto parlavano. Una di loro disse:”Mio figlio è così forte e coraggioso che i suoi coetanei hanno paura a confrontarsi con lui!”
“Il mio” disse la seconda “canta così melodiosamente che sembra un usignolo. Non c’è al mondo persona che sappia cantare come lui!”
La terza donna non disse nulla.
“E tu perchè non dici niente di tuo figlio?” Le chiesero le altre.
“Che posso dire di lui? E’ un ragazzo come tutti” rispose quella.
Le donne con i loro secchi presero la via di casa. Il vecchio s’incamminò dietro di loro. Tre ragazzi corsero incontro alle donne. Uno veniva avanti facendo delle piroette e prendendo a calci i sassi. La prima donna si fermò come in adorazione di suo figlio.
Il secondo ragazzo veniva verso la madre cantando e fischiando come un usignolo. La madre di questo ragazzo mise a terra il secchio, rapita dal canto del figlio.
Anche la terza donna si fermò a riposare.
“Mamma, su che ti aiuto” disse il terzo ragazzo avvicinandosi a lei. Poi prese il secchio con l’acqua e lo portò a casa.
A quel punto le donne si rivolsero al vecchio:”Diteci, nobile vecchio, come vi sono sembrati i nostri figli?”
“Quali figli?” rispose il vecchio. “Io ne ho visto uno soltanto.”
Turkmenistan

I TRE FRATELLI

C’era una volta un vecchio che aveva tre figli.
“Un sacco d’oro” disse il più grande dei tre, con le mani che quasi gli tremavano tanto era avido.
“Una spada tagliente” disse il secondo, con gli occhi che brillavano per l’audacia.
Il terzo figlio non disse nulla.
“E a te che si il mio aquilotto,che cosa posso dare?” chiese il padre.
“Un parlare da saggio” disse il giovane a bassa voce.
Ognuno ebbe quanto desiderava: il più grande il suo sacco d’oro, il secondogenito la sua spada, e quanto al più piccolo, conversò con il padre per tutta la notte. Quando si levò il sole, tutti e tre si misero in cammino.
I due fratelli maggiori si prendevano gioco del terzo che aveva preferito all’oro e alla spada il colloquio con il padre. Ma il terzogenito taceva e camminava tranquillo. Così arrivarono al deserto. La sabbia circondava i tre fratelli da tutte le parti e il sole bruciava la terra senza pietà. I fratelli avanzavano a stento i piedi, scottati dalla sabbia. Peggio di tutti stava il maggiore, che oltre a tutto doveva reggere il peso del suo sacco d’oro. Alla fine fu costretto ad abbandonarlo altrimenti avrebbe potuto morire nel deserto. Così proseguì assieme ai fratelli a mani vuote.
Camminarono e camminarono nel deserto. A mezzogiorno la sete era divenuta per loro insopportabile. I fratelli caddero a terra e la morte gli stava addosso. In quel momento il minore vide in cielo una colomba selvatica.
“Vicino ci dev’essere dell’acqua, forse siamo salvi, fratelli” mormorò.
“Perchè pensi questo?” dissero i fratelli, che muovevano a fatica la lingua per la gran sete.
“Il babbo mi ha detto che le colombe selvatiche fanno il nido vicino ai pozzi: seguiamo la colomba e troveremo l’acqua” disse il fratello minore.
Non avendo la forza di camminare, i fratelli avanzavano carponi, attaccandosi ai rami secchi e agli sterpi. Così arrivarono al pozzo. Dopo essersi dissetati e rinfrescati, proseguirono il loro cammino e a sera erano in vista di un’oasi fiorente. Riuscivano già a distinguerne i giardini e le alte torri che circondavano la cittadella. Ma la strada era lunga, e a mezzanotte non erano ancora arrivati. Dovettero fermarsi fuori dalle mura della città perchè la guardia, dopo mezzanotte, non apriva più le porte a nessuno.
“Vicino alle mura della città spesso girano dei briganti” disse il maggiore. Il secondo fratello gli rispose:”Niente paura, ho con me la mia spada!”
Subito dopo sentirono uno scalpitare di cavalli.
“I briganti! Che cosa possiamo fare noi con una sola spada contro tutti loro?” mormorò disperato il secondo fratello.
E il più piccolo:”Il babbo mi ha dato questo insegnamento: quando non è possibile vincere il nemico con la forza, bisognerà usare l’astuzia. Lì vicino c’è un grande albero: arrampichiamoci sopra così i briganti non ci scopriranno e tireranno dritto.”
Così fecero, e difatti i briganti passarono via senza accorgersi della loro presenza.
Il mattino dopo i fratelli scesero dall’albero e ben presto entrarono in città. Ma non avevano soldi e per la strada i loro vestiti erano tutti sbrindellati: scoraggiati e affamati si aggiravano per il bazar guardando con gran desiderio la frutta e il pane fresco che erano in vendita. Il fratello minore disse:”Aspettate proverò ad aiutarvi.”
Salì su un pietrone e gridò a pieni polmoni:”Chi di voi vuol sapere come si può pulire l’acqua torbida con la sabbia gialla? Chi di voi vuol sapere come si possono riconoscere i continenti osservando le stelle? Chi di voi vuol sapere come si può salvare dal morso del serpente velenoso? Venite tutti qui da me! Ho imparato tutte queste cose utili da mio padre e volentieri dirò tutto quello che sò a chi ne ha bisogno.”
Un folto anello di gente circondò il ragazzo, che rimase a conversare fino a tarda notte. E il mattino successivo, quando i tre fratelli lasciarono la città, ognuno di loro era seduto su un cammello e portava alla cintura una sacca piena di monete, riso, sale e tè verde. Tutto questo l’aveva guadagnato il fratello più piccolo.
“Che cos’è che ci ha salvato, fratelli?” chiese questi.
“La spada, l’oro o la saggezza nel parlare che mi ha donato il nostro caro babbo?”
I fratelli maggiori ammutolirono per l’imbarazzo.
Uzbekistan

UNA PREDICA DAL PULPITO

Un giorno Khogià Nasreddin salì sul pulpito della moschea per tenervi una predica.
“Gente,” incominciò “sapete quello che mi appresto a dirvi?”
“No che non lo sappiamo” fu la risposta.
“E come posso parlarvi allora di cose che non sapete?” Khogià scese dal pulpito e si allontanò.
Passò qualche giorno. Nasreddin salì di nuovo sul pulpito e ripetè la stessa domanda di prima. Ma questa volta la gente-avvertita-reagì e disse:”Sì che lo sappiamo.”
“Bene, se adesso lo sapete non c’è più bisogno che ve ne parli” concluse Nasreddin scendendo di nuovo dal pulpito.
Quelli erano stupefatti e si accordarono che la prossima volta metà dei presenti avrebbe risposto che sapeva già e l’altra metà che non lo sapeva ancora. Quando Nasreddin salì sul pulpito per la terza volta gli risposero in coro:”Metà di noi lo sa, e l’altra metà non lo sa!”
“In tal caso,” concluse Nasreddin “la metà già al corrente provveda a informare l’altra metà che non lo sa.”
Tagikistan

LA RICONOSCENZA

In un tempo lontano visse il sapiente Lokman(il sapiente delle favole arabo-persiane; è stato anche citato nel Corano nella XXXI sura), uomo dalla carnagione scura e dal fisico minuto e fragile, che dedicò la sua vita a predicare l’amore per il prossimo.
Egli divenne famoso per la sua grande bontà e saggezza dapprima nella sua grande città natale, poi, a mano a mano che la sua fama cresceva, anche in tutto il mondo islamico, e da molti fu considerato un profeta.
Di lui si racconta che un giorno chiamò a sè il figlio e gli disse:”Figlio, cerca sempre di mangiare i cibi migliori, di dormire nei posti più tranquilli e lussuosi, di fissare la dimora dove più ti piace e di godere il più possibile delle grazie e delle gioie che la vita può offrire.”
Il figlio stupito rispose:”Padre caro, quello che dite è incredibile! Nonostante vi abbia udito con le mie orecchie e guardato con i miei occhi mentre parlavate, non esito un solo momento ad affermare che ciò che ha detto la vostra bocca non è opera di mio padre; ciò che ho udito è argomento che appartiene a uomini ricchi e potenti, che posseggono il denaro e al denaro appartengono.”
Sorridendo dolcemente come solo lui sapeva fare, Lokman disse:”Il nocciolo della questione è questo: tutta la gente crede che le grazie della vita si ottengano con il denaro, ma ignora che molto denaro, se non è accompagnato dalla saggezza e dall’intelligenza, procura molti dispiaceri. Il padrone del denaro passa gran parte della sua vita preoccupandosi di incrementare il suo patrimonio, senza rendersi conto che il denaro in sè non porta felicità, ma che è la maniera in cui vive che può renderlo sereno. Prima non intendevo dire che tu debba dormire nei posti più raffinati e lussuosi o amare le donne più belle o ancora possedere case costruite con oro e argento. Quello che voglio dire è che se tu provassi la privazione e mangiassi con la vera fame, qualunque cibo per te diverrebbe prelibato, e che se lavorassi fino al limite delle tue forze, dopo faresti un bel sonno e dormiresti così bene che ti sembrerebbe di aver dormito nel fasto. Basta che poi osservi intorno a te le disgrazie e le sofferenze degli altri perchè la tua vita al confronto ti appaia bella e divertente. Se poi sarai gentile e amabile con le persone che incontri potrai porre la tua dimora ovunque vorrai.” Del saggio Lokman si racconta che da giovane fu venduto come servo a un bravo padrone, il quale più lo frequentava più ne scopriva la saggezza e la bontà d’animo, sino al punto che fu trattato come un figlio.
Il padrone cercava di portargli il massimo rispetto e di offrirgli sempre le cose migliori che possedeva, per dimostrargli la sua stima.
Un giorno di fine primavera portarono al signore dal suo feudo la primizia di un melone che aveva proprio un aspetto gustoso. Il padrone ne tagliò una fetta e la offrì al servo, il quale la mangio con gusto. Il signore, felice della sua azione, continuò a offrirgliene e pezzo dopo pezzo notava apparire un’immensa soddisfazione sul volto di Lokman, finchè rimase solo una fetta e il padrone decise di assaggiarla. Ma appena mise in bocca il melone provò un tale disgusto per il suo sapore acido e amaro che dovette andare a sciacquarsi immediatamente la bocca.
Tornato da Lokman, gli disse:”Caro amico, che amaro melone ti ho offerto senza saperlo! Come hai potuto mangiarlo senza mai lamentarti e dimostrando persino di gradirlo? Perchè tanta pazienza?!”
Lokman, sorridendo dolcemente come solo lui sapeva fare, rispose:”Sì, il melone era molto amaro, ma da tanto tempo io ricevo da te dolcezza e affetto; per una volta che mi hai dato amarezze, come potevo lamentarmene? Tu mi hai tenuto tanto caro e io ho cercato di ricambiarti. Spesso sono io a dire alla gente di essere riconoscente verso la bontà altrui.; quindi, come potevo non fare in prima persona ciò che predico ad altri di fare? Desideravo che mi donassi anche l’ultima fetta, così tu saresti stato contento per la bontà di cui mi facevi dono e io sarei stato felice di renderti contento.”
Iran

LA GAZZELLA DEL BEDUINO

Un giorno un beduino si mise in cammino col suo figlioletto per condurre al pascolo la sua cammella e cercare erbe e radici selvatiche da portare a sua moglie da cucinare. Quando ebbero caricato la cammella e già si stavano dirigendo verso casa, comparve d’un tratto davanti a loro un branco di magnifiche gazzelle. Rapidamente, in silenzio, il padre fece inginocchiare la cammella e scivolò a terra. Quindi avvertì il ragazzino di non muoversi fino al suo ritorno e si pose a inseguire le gazzelle. I graziosi animali balzarono in aria e si dispersero appena lo videro avvicinarsi, ma il beduino era un eccellente cacciatore e amava la caccia sopra ogni cosa. Si diede dunque con tutto l’impegno a seguire le tracce del branco. Intanto il ragazzino era rimasto solo ad aspettare. Non c’è modo di sfuggire al destino. Ed era suo destino che una femmina Ghoul, uno di quei mostri di ferocia che amano nutrirsi di carne umana, lo vedesse mentre era là indifeso. Con un balzo gli si gettò addosso e lo divorò avidamente.
Il padre inseguì le gazzelle per lungo tratto ma non riuscì a catturare nessun animale. Infine si rassegnò a tornare a mani vuote. La cammella era sempre inginocchiata là dove l’aveva lasciata: ma suo figlio non c’era. L’uomo cercò da ogni parte: il bambino era sparito. Poi guardando a terra, scorse delle gocce di sangue. “Mo figlio! Me l’hanno ucciso! Mio figlio è morto!” gridava. Ma che poteva fare, se non ricondurre la cammella a casa! Lungo la via passò vicino a una caverna e qui vide la Ghouleh che ballava, subito dopo aver banchettato, coi seni pendenti che oscillavano da una parte e dall’altra come le maniche vuote delle vesti delle donne quando si dondolano in lutto sopra un morto. Il beduino prese accuratamente la mira e uccise la Ghouleh. Le aprì il ventre con la spada e dentro vi trovò suo figlio. Lo depose sul proprio mantello, gli avvolse bene intorno il largo panno di lana e lo portò a casa. Arrivato alla sua tenda il beduino chiamò sua moglie e le disse:”Ti ho portato una gazzella, cara moglie, ma-Dio mi sia testimone-si può cuocerla solo in una pentola che non sia mai stata usata per un pranzo di lutto.”
La donna andò di tenda in tenda per farsi prestare una pentola adatta. Ma una delle vicine le disse:”Sorella mia, noi abbiamo usato la pentola grande per cuocere il riso per tutta la gente che venne a piangere con noi quando mio marito morì.” E un’altra le disse:”L’ultima volta che abbiamo adoperato la pentola grande è stato il giorno del funerale di mio figlio.” La donna bussò a ogni porta ma non potè trovare quello che cercava. Così tornò dal marito a mani vuote.
“Hai trovato la pentola adatta?” chiese il beduino. “Non c’è nessuna casa che non abbia visto la sventura” rispose la moglie. “Non c’è nessuna pentola che non abbia cotto un pranzo di lutto.”
Solo allora il beduino srotolò il suo mantello e le disse:”Tutti hanno già avuto la loro parte di dolore. Oggi è il nostro turno. Ecco la mia gazzella.”
Di queste e simili cose è fatto il mondo;
ma fortunata è l’anima
che Dio ama e chiama a sè.
Arabia Saudita

IL PRINCIPE NEL POZZO

Dio parlò e le sue parole furono benedizioni.

Non qui e non altrove viveva un principe beduino che non aveva figli. Un giorno stette a cielo aperto, si scoprì il capo e pregò:”O Signore, benedicimi con la nascita di un figlio e io faccio voto di non cavalcare mai più insieme agli altri cavalieri in una razzia.” Passarono pochi mesi e la moglie del principe si accorse di aspettare un bambino-è più facile contare le uova rotte in una padella che i mesi di gravidanza di una donna. Quando venne il tempo essa sollevò una gamba, spinse in giù l’altra e diede alla luce un maschio forte e gagliardo come un giovane ariete. Da quel momento il principe non si unì più ai cavalieri che partivano per una scorribanda di vendetta o per una razzia. Invece restava fra le sue tende di pelo di capra e allevava suo figlio. Passavano i giorni e il bambino cresceva.
Un giorno, quando il giovane ebbe vent’anni, il capo dei cavalieri della tribù venne dal principe e gli disse:”O emiro dei credenti, tu sei legato dal tuo voto e non puoi prender parte alle nostre spedizioni, ma sai anche che il nome della nostra tribù andrà distrutto se non raccoglieremo la sfida dei nostri nemici e non li saccheggeremo a nostra volta per ogni saccheggio che fanno sui nostri campi.”  “Avete la mia autorizzazione per uscire a saccheggiare come volete” disse il principe. “Ma la tua reputazione? E il tuo nome?” proseguì l’uomo. “Se non possiamo essere guidati dal nostro emiro, dobbiamo almeno prendere suo figlio con noi.”
A queste parole l’emiro impallidì. “Il ragazzo è il mio unico figlio. Non ho altri che lui. Come posso lasciarlo venire con voi? disse. “Non hai nulla da temere” rispose l’altro. “Lo prendiamo con noi solo per tener alto l’onore e il prestigio della tribù. Tuo figlio non combatterà: ti dò la mia parola e potrai prenderti la mia testa se non la manterrò. “Che doveva dire l’emiro? Fu costretto ad acconsentire.
La mattina dopo gli uomini uscirono a cavallo e il giovane andò con loro. Uno zoccolo alzato e uno zoccolo abbassato, non si fermarono finchè non furono lontani dal loro territorio tre giorni di cammino. Mentre gli altri si preparavano ad accamparsi, l’uomo dell’emiro prese da parte il giovane e gli disse:”Figlio mio tu comprendi senza dubbio che l’uomo migliore della tribù è quello che la serve meglio!” “Certamente, o zio,” rispose il giovane “e in che modo vuoi tu che io faccia il mio dovere verso i miei uomini?”  “Non chiedere di cavalcare con noi mentre andiamo in cerca di bottino.” E il giovane acconsentì.
Quando all’alba gli uomini partirono, il giovane restò solo. Impastò la farina con l’acqua, abbastanza da nutrire un’intera banda stanca e affamata. Mise la pasta sotto le ceneri calde e la coprì di sabbia. Poi si mise ad aspettare. ma un giovane non può starsene con le mani in mano. Il ragazzo era bramoso di seguire la spedizione. Infine balzò in sella e si avviò per la strada che avevano preso gli altri cavalieri. Cavalcò sette ore prima di fermarsi e non vide nè gli uomini nè la polvere dei loro cavalli. Allora trasse la farina dal suo sacco e l’acqua dal suo otre, impastò altre focacce che pose a cuocere fra le ceneri calde sotto la sabbia, poi riprese il cammino per raggiungere gli altri.
Stava impastando per la terza volta le sue focacce quando vide i cavalieri che tornavano, coi cavalli ansimanti sotto il peso del bottino. “Perchè sei così lontano dal campo?” gli chiesero. “Volevo condividere la vostra gloria,” egli disse “ma il mio destino è di servire così come ho promesso di fare.” Frugò nella sabbia e quando gli uomini videro il fumo salire dalle focacce calde levarono un grido per il figlio del loro principe e invocarono Dio che gli desse ogni bene, perchè erano sfiniti dalla stanchezza e dalla fame.
Quando si furono rifocillati volsero le teste dei cavalli verso casa e galopparono sulla terra brulla, finchè dopo sette ore cominciarono a vacillare e si fermarono. Di nuovo il ragazzo scavò nel terreno e ne trasse fuori il cibo per gli uomini di suo padre. Soddisfatti di lui, i cavalieri galopparono per altre sette ore. Ma quando si avvicinarono al posto dove il giovane aveva preparato le sue prime focacce, videro le nere tende di un’altra tribù che vi era accampata.
“Proseguite il cammino” disse il giovane. “Io vi seguirò col nostro cibo.” Era già il crepuscolo ed egli aspettò finchè fu buio prima di insinuarsi fra le tende. Ma, o sfortuna!, là dov’egli aveva nascosto le focacce nelle ceneri calde ora si drizzava una bella tenda. Strisciando sul ventre, egli si insinuò sotto il telo laterale ed entrò. E che vide? Una giovane principessa che dormiva nel suo letto con una candela ai piedi e una candela vicino alla testa. La sua fronte aveva la bianchezza delle perle, le sue guance erano lisce come argento levigato e la sua chioma nera era come notte intrecciata, profumata di ambra. Mentr’egli la guardava la fanciulla aprì gli occhi, splendenti come due specchi. Vedendo il giovane, alzò la testa per dare l’allarme.
“Le mie intenzioni sono pure: non vengo per fare del male” disse il giovane. “Sto cercando il cibo che ho fatto cuocere per i miei uomini. E’ qui sepolto proprio nel posto dove hai messo il tuo letto.” “Se questa è la verità, puoi andare in pace con la protezione di Dio” disse la fanciulla. “Ma se menti, non ho che da gridare e il principe mio padre ti taglierà la testa.”
Il giovane scostò le stuoie e le coltri del letto e scoprì il suo mucchio di focacce. Quando la fanciulla vide che era stato sincero e che era lì ritto come un eroe e un figlio di principe, pose un sacchetto di burro fuso sulle focacce e disse:”Prendilo come dono, da mangiare col tuo pane, e possa Allah spianare la tua strada.” A questo punto lo fermò prendendolo per un braccio:”A un lato del nostro campo c’è un pozzo profondo” disse: “Ora ti accompagnerò nel buio.”
Benchè camminassero con ogni cautela tenendosi per mano nel buio della notte, per un caso sfortunato il giovane inciampò e cadde oltre l’orlo del pozzo. E precipitò giù fino in fondo. Non c’era alcun modo di uscirne perchè le pareti erano troppo alte e ripide. La fanciulla andò a prendere una fune da tenda e cercò di tirarlo fuori, ma la terra le franò sotto i piedi e anche lei scivolò e cadde nella trappola.
Allo spuntar del giorno il padre della fanciulla, principe della sua tribù, uscì dalla tenda con una brocca in mano per fare le abluzioni che precedono la prima preghiera della giornata. Sentendo delle voci, si sporse dall’orlo del pozzo e fu sbalordito nello scoprire la propria figlia insieme a uno straniero, un uomo che non era della sua tribù.
Dimenticate le preghiere, pensando solo a proteggere il suo buon nome, il principe alzò il palmo della mano al lato della bocca e gridò:”Orsù, o Arabi, levate il campo senza indugio!” Gli uomini mormorarono:”Che è successo di male? Siamo arrivati appena ieri: dobbiamo partire di nuovo oggi?” L’emiro non diede alcuna risposta ma strappò i picchetti della sua tenda e ripiegò il nero telo di pelo di capra, poi rapidamente caricò il suo cammello e lo condusse via. Vedendo partire il loro principe, tutti gli altri uomini caricarono i loro bagagli e lo seguirono.
Avevano viaggiato per mezza giornata quando il principe chiamò il suo schiavo negro. “Ho dimenticato qualche cosa nel nostro ultimo accampamento” disse. “Torna indietro e vai a guardare nel grande pozzo. Qualunque cosa tu trovi sul fondo, portamene il suo sangue. Ma se dirai una sola parola di ciò che avrai veduto ci sarà uno scandalo: e tu sai bene che sarà più facile per me ucciderti che sopportare la vergogna.”
Murjan, lo schiavo negro, salì su uno dei cavalli del padrone, prese la grande spada di lui e partì al galoppo senza fermarsi finchè non arrivò al parapetto del pozzo. Quando vide in fondo al pozzo la bella figlia del suo emiro con un uomo, per di più uno straniero, si morse le dita e imprecò contro di lei:”Non avevi abbastanza uomini della tua stirpe, nobili e di bell’aspetto, per andare a cercarti la compagnia di uno zingaro?” La fanciulla, vedendo la grande spada del padre nelle sue mani, si mise a piangere. “Ti sei dimenticato che sono la figlia di mio padre? Hai mai saputo che facessi le cose proibite? Che cosa ti darà il principe per la mia morte? Aiutami e potremo fuggire insieme e trovar rifugio presso un’altra tribù.”
Lo schiavo si lasciò persuadere. Calò una corda e tirò fuori la fanciulla. “Dobbiamo chiudere la bocca di quest’uomo, che non racconti mai la storia” essa disse. “Porta del fuoco, o Murjan, e facciamolo morire bruciato.” Ma non appena lo schiavo ebbe portato legna e sterpi, essa gettò tutto al giovane, dicendo:”Fà un mucchio di questa legna sotto i tuoi piedi e arrampicati fuori.” Poi si rivolse allo schiavo e disse sospirando:”Questo è un brutto lavoro, che scotta e che affatica. Togliti la cintura della spada, o Murjan, per poter lavorare meglio.” Infine il giovane riuscì ad arrampicarsi fuori del pozzo e, afferrata la spada che Murjan si era tolta, si nascose dietro il cavallo del principe. Quando lo schiavo fu di ritorno con un fascio di legna balzò fuori e gli tagliò la testa di netto dal tronco. Poi salì a cavallo, sollevando la fanciulla in sella dietro di sè. E castamente collocando la spada fra loro due, affondò i calcagni nei fianchi del cavallo e gridò:”Apriti davanti a me, o strada!”
E continuò a galoppare finchè raggiunse le tende della sua tribù. Il principe aveva atteso ansiosamente sue notizie, buone o cattive, come uno che sia seduto sulle braci. Baciò il suo caro figlio in mezzo agli occhi e si inginocchiò due volte in una preghiera di ringraziamento per il suo ritorno. Gli uomini si affollarono intorno a lui per abbracciarlo e per sentire che cosa era successo da quando lo avevano lasciato, tornando dalla spedizione. E quando videro la fanciulla che aveva portato con sè dissero:”Non c’è moglie più adatta per il figlio del nostro principe.” “Se Iddio lo vuole, così sarà,” disse l’emiro, e mandò ai quartieri delle donne per riferire alla fanciulla il desiderio di suo figlio. “Io acconsento,” lei disse “perchè non c’è vergogna in una cosa che è permessa dalla legge del Corano. Ma sarà in grado tuo figlio di pagare il mio prezzo?” “Che cosa chiedi come dote?” domandò l’emiro. E quando la fanciulla cominciò ad elencare il numero di cavalli e il numero di cammelli, e gli schiavi per servirla, tutti marchiati col suo marchio, il suo umore si schiarì e il suo cuore si alzò a volo come se fosse sul punto di metter le ali per la gioia. Perchè solo una fanciulla ben nata e degna di suo figlio avrebbe potuto porre un prezzo così alto per la sua mano.
Si mandarono dunque messaggeri al campo di suo padre. E quindi si tennero le nozze, con molte feste e banchetti e molta gioia, perchè così due tribù stabilivano fra loro legami di affinità e parentela. E il padre della sposa, ringraziando Dio ch’essa fosse sana e salva e chiedendo perdono di aver dubitato di lei, se ne tornò al suo attendamento con doni di bestiame e oro.
Così essi vissero in pace e abbondanza, anno dopo anno.
 Possa Iddio mandare la buona sorte anche a quelli 
che qui ascoltando stanno.
Siria

IL LETTERATO DI BAHLUL

C’era una volta in un villaggio un uomo che si credeva un grande letterato, degno di essere annoverato fra i dotti più famosi.
Un giorno egli si recò nel villaggio vicino per vedere se ci fosse qualcun altro che fosse sapiente e bene informato come lui.
Si sistemò al caffè e cominciò a far pompa della sua erudizione. I contadini, che non erano letterati, non trovarono di loro gusto il suo fare altezzoso e i suoi discorsi astrusi. Così mandarono a chiamare Bahlul, il sempliciotto del villaggio, e lo fecero sedere vicino al forestiero. “Ora quei due possono indottorarsi l’un l’altro con tutto il loro cuore!” Dissero. Il dotto forestiero cominciò con l’alzare il suo dito indice puntandolo verso il cielo, come per dire:”Non c’è altro Dio che Allah!” Bahlul senza esitare puntò due dita verso il cielo. “Ecco un uomo che mi piace” penso il forestiero. “Egli non solo ha capito il mio segno, ma mi segnala di rimando:”E Allah non ha eguali!”
Poi lo straniero alzò la palma della sua mano come per dire:”Dio creò i cieli lassù.”E Bahlul rispose abbassando la palma della sua mano verso il suolo. “Oh,oh! “Pensò il forestiero. “Costui segue da vicino la mia argomentazione: sta dicendomi:”E Dio creò la terra quaggiù!” Tirando dalla tasca un uovo, egli lo pose davanti a Bahlul, per significare:”Dio creò la vita dalla morte.” Quando Bahlul estrasse dalle pieghe dell’abito un pulcino, il dotto forestiero ne fu deliziato. “Questo è un vero studioso” disse fra sè. “Ora egli mi vuole ricordare che Dio, al Quale va ogni lode e ogni gloria, crea anche la morte dalla vita.” E sentendosi del tutto sodddisfatto da questo scambio di vedute, l’uomo si accomiatò per continuare la sua ricerca.
Gli abitanti del villaggio, che erano stati a osservare tutte queste stravaganze, ora chiesero a Bahlul che cosa pensava del letterato. “Oh”, disse Bahlul “si crede molto più furbo di quello che è. Ha cominciato minacciando di cavarmi un occhio col dito; ma io gli ho fatto capire che, se osava solo provarcisi, io gliene cavavo due. Poi ha alzato la mano per farmi vedere come poteva farmi volare per aria. Ma io gli ho fatto capire chiaro e tondo che un colpo del mio pugno lo avrebbe cacciato nei fuochi dell’inferno, da cui non si può tornare. Infine ha pensato di potermi prendere in giro e ha tirato fuori un uovo dalla tasca ma io l’ho battuto con il mio pulcino. E così ha capito che aveva trovato il fatto suo: per questo ha tagliato la corda così in fretta.”
Palestina

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*